Colombia

 

Vincitore del premio diritti umani: Comunidad de Paz de San Josè de Apartadò e il suo presidente German Graciano Posso

Luogo: Comunidad de Paz, distretto di Apartadò. Veredas: San Josesito, Mulatos, La Esperanza, La Resbalosa, La Cristalina, Arenas Altas, La Union.

 

Giornalino tematico 2015/2016: Juntos venceremos!

Link online version:

http://issuu.com/operationdaywork/docs/juntos_venceremos__themenheft_od_20

 

GIORNATA D’AZIONE 15.04.2016

Studenti/esse partecipanti: più di 360

Somma raccolta: 16.944 euro

Messaggio di ringraziamento da parte del Consiglio della Comunida de Paz:

“Antes que nada, les agradecemos profundamente toda la solidaridad con nuestra Comunidad por todo ese inmenso trabajo que han realizado por nuestro proceso, mucho que agradecerles, el reconocimiento y toda la labor de visibilizacion que han ejercito todos estos meses por nuestra dignidad. Todo ello, significa para nosotros que otro mundo es posible, y es ese que construimos diariamente, y hombro a hombro. De nuevo muchas gracias”

Qui sotto alcune foto del terreno acquistato dalla Comunidad de Paz grazie alla somma raccolta alla giornata d’azione. Si tratta di una finca nei pressi del villaggio di Porvenir. Questo terreno di circa 40 ettari si trova in posizione strategica, ha già l’elettricità e una fonte d’acqua che permetteranno ad alcune famiglie di trasferirsi qui e di continuare il cammino di resistenza intrapreso dalla Comunidad de Paz.

 

 

 

 

Comunidad de Paz de San Josè de Apartadò

 

La Comunidad de Paz de San Josè de Apartadò si trova nel dipartimento di Antioquia nella zona nord ovest in Colombia, all’interno della municipalità di Apartadò.

In questo Paese è presente da più di 50 anni un conflitto armato che vede contrapporsi l’esercito colombiano, gruppi paramilitari e la guerriglia, assieme alla partecipazione attiva di imprese multinazionali e narcotrafficanti per il controllo della terra, ricca fonte di risorse naturali e minerarie. I civili sono le maggiori vittime e spesso devono abbandonare le proprie case per divenire più volte sfollati, costretti a collaborare con una o l’altra fazione, divenendo poi bersaglio privilegiato della guerra. Alcune famiglie contadine, scappate più volte da varie zone della Colombia, si ritrovano a San Josè. Esasperate da questa situazione, si mettono insieme per dire no alla violenza e alla guerra. Nel marzo del 1997 nasce la Comunidad de Paz, composta da circa 1600 persone che decidono di vivere insieme come una comunità, autoregolandosi e impegnandosi a non partecipare alla guerra e non collaborare con alcuna parte in conflitto, non detenere armi, lottare in maniera nonviolenta, partecipare al lavoro comunitario e non accettare l’ingiustizia. In 18 anni di resistenza la Comunidad de Paz ha subìto molte perdite, ma prosegue coraggiosamente la sua lotta per il diritto alla vita e alla pace.

Per maggiori info: http://www.cdpsanjose.org/

 

Comunidad de Paz: storia di coraggio e resistenza

 

La regione Urabá, collocata alla confluenza tra i dipartimenti di Antioquia, Cordoba e Chocó, è sempre stata una zona economicamente strategica per la vicinanza ad entrambi gli oceani. In particolare, a partire da fine Ottocento, il territorio fu invaso dalle imprese bananiere. Negli anni Cinquanta nell’area circostante la città di Apartadó, comune principale della regione, ci fu una prima ondata di colonizzazioni da parte di famiglie di campesinos in cerca di una terra fertile da poter lavorare per la propria sopravvivenza. La regione venne pian piano popolata e le coltivazioni di avocado, platano, caffè, cacao iniziarono a dare i loro frutti.

La generosità e la ricchezza di questo territorio diventò presto preda degli interessi di gruppi guerriglieri, esercito e paramilitari. Le dinamiche di sfollamenti e massacri di civili colpirono la regione a partire in particolare dagli anni Ottanta, rendendo difficile la vita dei contadini.

Negli anni Novanta attorno al centro di San José de Apartadó, grazie anche alla forte presenza di membri del partito di sinistra Union Patriotica, iniziò a svilupparsi un modello di organizzazione sociale contadina, nella forma di una cooperativa, basata su collaborazione, lavoro comunitario e resistenza alle dinamiche del conflitto. Tutto ciò ovviamente andava contro gli interessi dei diversi attori armati ed ebbe presto terribili conseguenze. Dopo un primo massacro nel 1996 si sviluppò una riflessione sulla possibilità di resistenza e nel 1997 un nuovo attacco da parte dei paramilitari, seguito dallo sfollamento di più di 5000 contadini dalle veredas (villaggi) della zona, segnò un momento di svolta. Un nucleo di circa 1500 persone confluì a San José e qui, il 23 marzo 1997, su suggerimento del vescovo di Apartadó, diede vita alla Comunidad de Paz (CdP), i cui membri, neutrali nel conflitto, rifiutavano il coinvolgimento con qualsiasi attore armato e si opponevano all’allontanamento forzato dalle loro terre. Tra gli obiettivi principali vi era infatti quello del ritorno alle veredas di origine. Alla fine degli anni Novanta la CdP, forte dei propri principi e determinata nei suoi obiettivi organizzò i primi ritorni tra i quali quello a La Union, a La Cristalina e La Esperanza.

Fin dalla sua nascita la Comunità venne attaccata su tutti i fronti e accusata dai vari attori armati di essere complice del nemico. Le stragi, le uccisioni mirate, le incursioni a San Josè, la stigmatizzazione mediatica e i blocchi alimentari costellarono i primi anni di vita della CdP, che tuttavia persistette nella sua lotta, grazie anche all’appoggio dei primi accompagnanti colombiani e internazionali. Nel 2000, in seguito a nuovi attacchi a San Josè e a La Union, dove vennero uccise 6 persone, la CdP si rivolse alla Corte Interamericana dei diritti umani che istituì una commissione di valutazione dei crimini commessi, ma il processo venne interrotto per le continue minacce ricevute dai testimoni.

A quel tempo la CdP aveva anche aperto un dialogo con il governo di Álvaro Uribe per discutere in particolare della possibilità di costituire una zona umanitaria. Gli incontri si rivelarono delle farse in cui si palesò il totale disinteresse del governo a risolvere la situazione. Il portavoce della CDP nel dialogo era Luis Eduardo Guerra, il quale era anche incaricato di organizzare il ritorno alla vereda Mulatos. Proprio qui il 21 febbraio 2005 Guerra venne ucciso con la sua compagna e il figlio da un gruppo di paramilitari e militari della Brigada XVII. La morte di Guerra era da tempo premeditata. Lo scopo era distruggere la Comunità, colpendo il suo leader più esposto. Ma nonostante il duro colpo, la CdP si rialzò più forte di prima. Il 21 febbraio fu una data fondamentale perché segnò la rottura con lo stato colombiano, direttamente coinvolto nella strage e l’interruzione di ogni dialogo con l’autorità pubblica. Inoltre La CdP da quel momento si trasferì dal casco urbano di San Josè, dove il governo aveva deciso di installare una nuova base di polizia, ad un terreno vicino, chiamato La Holandita o San Josecito che all’epoca, contava solo otto case.

Nonostante le difficoltà di ripartire da capo, gli sforzi e l’impegno dei membri della CDP hanno dato grandi risultati. Negli ultimi dieci anni la presenza della Comunità sul territorio è molto più estesa, quasi tutti i processi di ritorno sono stati realizzati e oggi i membri di comunità sono distribuiti su 12 veredas. L’acquisto di nuovi terreni ha permesso di incrementare le attività agricole come ad esempio quella della coltivazione e lavorazione del cacao. Infine la storia e le continue violazioni dei diritti umani compiute nella regione sono giunte all’attenzione internazionale e oggi la CdP gode del sostegno e dell’appoggio di molti gruppi internazionali accompagnanti come PBI, FOR e Operazione Colomba e altre realtà solidali con la sua lotta. La Comunità non perde occasione per raccontarsi e fare memoria, nella speranza che un giorno tutte le vittime, ad oggi più di 200, possano trovare giustizia. I colpevoli infatti continuano a godere di impunità. I pochi processi in corso hanno dato scarsi risultati e nonostante i cambi alla presidenza del paese, lo stato evita di assumersi le proprie responsabilità.

Il livello di violenza nel paese oggi è decisamente diminuito ma l’ostilità dello stato, dei gruppi armati e delle imprese multinazionali, interessate in particolare all’estrazione mineraria, permane. Per questo è fondamentale, continuare a raccontare la storia della Comunità, fare memoria e affiancarla nella lotta quotidiana.

 

CDP commemorazione delle vittime del massacro del 21-02-2005 (3)

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